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Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne: Si passa all’azione

Perché è stata scelta proprio la data del 25 NOVEMBRE per celebrare la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne?

Questa data è stata scelta per ricordare l’uccisione delle sorelle Mirabal nel 1960 a Santo Domingo: le due donne si opponevano alla dittatura del regime di Rafael Leonidas Trujillo e per questo motivo sono state torturate ed uccise.
L’Onu ha voluto istituire questa giornata non come anniversario dell’accaduto ma come monito a raggiungere al più presto uno dei più importanti obiettivi per lo sviluppo dell’umanità: non lasciare più sola nessuna donna, mettendo fine alla violenza sotto qualunque forma questa venga perpetrata.

Purtroppo la violenza sulle donne è più che mai oggi un tema ricorrente.

Una donna su tre, nel corso della vita, ha avuto un’esperienza di violenza fisica o psicologica, in ogni parte del mondo, in tempo di guerra o di pace. A casa, a scuola, al lavoro, per strada, su internet.

Oltre alla violenza fisica ci sono numerose altre forme di violenza: la violenza può essere anche sottile, subdola, capace di insinuarsi, leggera, nelle pieghe di qualsiasi vita normale per poi esplodere in un attimo: il tempo di un gesto devastante.

Ho pensato quest’anno di riportare alcuni tratti di un’opera di un criminologo che ha affrontato, a mio parere, in maniera esemplare, questo argomento e che ha sciolto molti miei dubbi su alcuni meccanismi psicologici degli autori degli atti di violenza.

Duccio Scatolero, criminologo delll’Università di Torino e per oltre trent’anni giudice onorario del tribunale minorile piemontese, ha studiato per anni il crimine violento e, nel suo libro Il braccio alzato, ha indagato e illustrato le ragioni della violenza dell’uomo comune: non di quella di sadici, psicopatici, criminali, mafiosi e terroristi, ma quella dell’uomo che incontriamo per la strada.

Perché è questo che succede più frequentemente:

«…I numeri relativi alla violenza dell’uomo qualunque surclassano clamorosamente quelli dei casi che vedono in scena attori “speciali” e personaggi da galleria degli orrori e del terrore: potremmo immaginare, per farci un’idea, che stiamo in un rapporto di 1 a 100…».

Che cosa può rendere violenta una persona che normalmente non lo è? Duccio Scatolero risponde a questo dilemma:

«…Spesso sono le variabili esterne che inducono nell’individuo reazioni fuori dalle righe, un impulso violento. Spesso si tratta della gestione di situazioni relazionali: non c’è niente di più complesso di una relazione interpersonale. È l’incontro fra due persone, ognuna con il proprio mondo, e una delle due vede una minaccia, anche quando non c’è, può provare paura e panico. Vedere l’altro come un nemico minaccioso e sentire la volontà di sopprimerlo. Questo è quello che può portare il braccio ad alzarsi…».

Perché allora mi chiedo a volte il colpo parte?

«…Su 100 volte che il braccio si alza, per 99 scende disarmato. E solo una volta parte il colpo: perché? Perché è successo qualcosa che ha impedito all’individuo di frenare la violenza. Quando il “braccio è alzato”, viene fuori tutto il nostro bagaglio di riflessioni, parole sentite, memorie, letture: se è consistente, forte e pieno di contenuti contro la violenza, il braccio si ferma. Se in quel bagaglio c’è poco o nulla e non ci siamo mai fermati ad analizzare il significato della volenza, il colpo può partire…».

Spesso l’uomo colpisce quando non è in grado di accettare la fine della relazione.

«…Nel 95% dei casi la rottura, anche se con fatica e dolore, viene assimilata. Ma al 4, al 5% delle persone non capita. Soprattutto chi è più fragile non ce la fa, e decide che tutto deve tornare come prima: così nasce anche il fenomeno dello stalking. Gli stalker arrivano al punto di impostare tutta la loro vita cercando di riportare la realtà a come era. Ma io sono convinto che qualcosa potrebbe cambiare, se qualcuno, subito dopo la rottura, aiutasse queste persone, che non sono in grado di gestire da soli la situazione e hanno bisogno di una stampella, a trovare aiuto…».

Nel suo libro, lo stesso autore afferma che per fare violenza a qualcuno bisogna prima depersonalizzarlo.

«…Il colpo non parte fino a quando non si trasforma la persona che si ha di fronte in un oggetto che impedisce di fare quello che si vuole. Nei corsi che teniamo alla polizia, spieghiamo sempre che questa consapevolezza può proteggere molto più di qualunque tecnica di autodifesa. Perché la violenza scatti deve svilupparsi, nella mente e nell’animo del potenziale violento, un processo di de-personalizzazione, rivolto sia a se stesso che all’altro. Qui si gioca, fra i due, l’ultima “partita”: chi sta per diventare una vittima deve riuscire a mantenere, col suo potenziale aggressore, una relazione carica di umanità e personalizzazione. Pur se in condizioni quasi sempre estreme, si deve essere capaci di riconoscere, in quella figura alterata, una persona con l’animo sconquassato, persona che può essere accompagnata dal suo interlocutore nel tentativo di riconoscere le passioni che la travolgono…».

Afferma inoltre che non esiste una fascia sociale in cui è più comune il ricorso alla violenza ne un’età, tuttavia

«…Spesso le personalità non compiute, come quelle degli adolescenti, possono ricorrere più facilmente a comportamenti violenti. Ma la differenza sostanziale è più quella di genere. La violenza è molto più maschile che femminile: più spesso la donna usa l’arma della manipolazione per aggredire…».

Molto spesso mi sono chiesta se essere violenti è una malattia o uno stato di disagio e anche su questo lui ha trovato una risposta.

«…Non è una malattia. Bisogna farsi aiutare e, con un supporto, se ne esce. Ma bisogna intervenire subito, al primo gesto incontrollato: la violenza diventa terribile quando si protrae. È importante aiutare le donne ma, per farlo, bisogna prima occuparsi degli uomini violenti: la prevenzione più importante si fa fermandoli. E li si ferma…”.

Servono a volte anni per trovare la forza di denunciare. Ancora oggi in Italia, malgrado del tema se ne parla in continuazione, solo una piccolissima percentuale delle donne che ha subito una qualche forma di violenza trova la forza di fare denuncia, ma colpevolizzare la donna per questo sarebbe veramente paradossale. Dovremmo piuttosto chiederci come aiutarle ad uscire dal silenzio del terrore.

L’esperienza di WeWorld Onlus nei Pronto soccorso ospedalieri e negli Spazi Donna è che anche donne di elevato livello economico e culturale sono spesso sole quando subiscono violenza, e solo facendole sentire tutelate riescono a trovare la forza per fare il primo passo.

Vi lascio con questa riflessione:

Invece di addossare alle donne la colpa delle mancate denunce di violenza forse dovremmo chiederci cosa stiamo facendo tutti perché le donne si sentano più protette al punto di avere la forza di denunciare.

Il presidente del Coordinamento Donne e Pari Opportunità
Teresa Longobardi

 

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